Coming to  Puglia Holidy Vills, you need to know about crossing the road. Nelle strade del mondo, davanti alle strisce pedonali, le automobili in genere si fermano. Dove non accade è perché non hanno le strisce, o non hanno le strade. In Italia siamo speciali. Abbiamo strade (piene) e strisce (sbiadite); ma le automobili raramente si fermano. Anticipano, posticipano, rallentano, aggirano. Passano dietro, schizzano davanti. Il pedone si sente un torero, ma i tori almeno si possono infilzare.

Qualche volta, tuttavia, una santa, un matto o un forestiero si fermano. Osservate cosa accade. I conducenti che seguono frenano, mostrando di essere irritati: hanno rischiato il tamponamento, e per cosa? Per un pedone, che in fondo poteva aspettare che la strada fosse libera. Il pedone, dal canto suo, assume una patetica aria di riconoscenza. Ha dimenticato che sta esercitando un diritto. Vede solo la concessione, il privilegio insolito, il trattamento personalizzato: attraversa e ringrazia. […]

Un giornalista americano scriveva una trentina d’anni fa: “Non è chic essere un pedone in Italia. È di cattivo gusto”. Se è cambiato qualcosa, è cambiato in peggio. Nella brutale gerarchia della strada, tra le auto e i pedoni si sono inseriti i motorini (le biciclette no: quelle sono compagne di sventura). Certo, rispetto ad allora, le auto frenano meglio. Ma scoprire il buon funzionamento di un Abs a due metri dalle caviglie non è una consolazione. A meno che non siate di quelli che arrivano in Italia e trovano tutto pittoresco. In questo caso meritereste tutto quello che vi dovesse succedere. E in una strada italiana, non so se l’avete capito, può succedervi di tutto.

Se gli esseri umani si esprimono attraverso le corde vocali, la lingua, gli occhi e le mani – sostiene lo scrittore John Updike – le auto usano clacson e fari. Un suono breve significa “Salve!”. Un suono lungo “Ti odio!”. Lampeggiare con i fari vuol dire “Passa tu”. Che dire? Updike ha scritto romanzi magistrali, ma la sua semantica automobilistica è elementare. Guardatevi intorno. In Italia le macchine non soltanto parlano: commentano, insultano, insorgono, insinuano, tengono corsi universitari. […] E noi le capiamo.

Con il clacson componiamo sinfonie. Lo usiamo meno di un tempo, ma resta uno strumento espressivo, allusivo, occasionalmente offensivo. Un suono secco indica “Ehi, quel parcheggio l’ho visto prima io!”, oppure “Sveglia! Il semaforo è diventato verde!”. Un altro suono, lungo e desolato, domanda “Di chi è quella macchina di fronte al mio portone?”. […] Non è disturbo delle quiete pubblica. È una forma di virtuosismo superfluo: non l’unica, in Italia.

E il lampeggio? Non vuol dire “Passa tu”; vuol dire, invece, “Passo io” (lo straniero che ignora questo linguaggio, lo fa a suo rischio e pericolo). Sulle autostrade, in corsia di sorpasso, significa “Fammi passare”. Quando appare immotivato, serve a segnalare la presenza di una pattuglia della polizia stradale. È uno dei rari casi in cui noi italiani – felici di gabbare l’autorità costituita – ci coalizziamo, manifestando solidarietà con gli sconosciuti. È un caso di civismo incivile. Qualcuno dovrebbe studiarlo.

di Beppe Severgnini, da “La testa degli italiani”, BUR, 2008

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